8.12.08
MASSIMO DOLORE
Niente. Niente esce da quella stanza.
Tranne un uomo. L’ombra di un uomo. Un manichino tenuto in piedi dai fili sottili della sua stessa disperazione. L’anima alle spalle. Il cuore alle spalle. Davanti. Solo vendetta.
Le strade di questa città sono un labirinto di merda e nebbia, ma, sotto la coltre della notte, i miei occhi cercano il mio personalissimo minotauro.
Tasto sotto la giacca il confortante peso metallico della Beretta. Sento il sangue gelido e lento nelle vene. Come quello dei serpenti.
Ho perduto tutto. Non ho più niente da giocare. Niente da lasciarmi alle spalle. Solo corpi davanti a me. Solo corpi che cadono. Ed il confortante rintoccare degli spari della mia pistola.
Solo questo.
Poi silenzio.
La strage che ho compiuto al Cinecity di Padova è stata diretta conseguenza della visione di Max Payne con l’azzeccato Valbergh e tutto il resto mandato allegramente a puttane.
Quando ho spiegato al giudice che ho ucciso sedici persone dopo aver visto il film m’ha fatto una multa di trenta euro e m’ha rimandato a casa. Il film l’aveva visto pure lui.
Da dove cominciare?
Dal videogioco direi. Max Payne era un gran bel giochillo per pc regalatoci una cinquina di anni fa (con relativo seguito un paio di anni fa) da quei mattacchioni della Remedy. Il gioco era un solido trhiller di stampo cinematografico, una trama esile ma credibile, tante belle sparatorie e la possibilità di rallentare il tempo e fare un po’ di Matrix. Cosa vuole di più il videogiocatore medio?
Sfortunatamente Hollywood ha deciso di prendere in blocco il prodotto e, con la puzza sotto il naso che l’industria cinematografica ha nei confronti di quella video ludica, ha pensato bene di riscrivere la trama facendo scempio del creato e offendendo iddio stesso.
Il film è un incrocio puerile tra Costantine è il più basso dei Steven Seagal movie. Le scene d’azione strappano qualche plauso, ma l’onirismo farlocco che decora la trama si presta a spietate risate.
Non andatelo a vedere, anzi, no, andateci, andateci. Poi ci rivediamo sulla pagina della cronaca nera. Quando giustizia sarà fatta.
PS.
Se volete un bel film “tamarro” vi indirizzerei più volentieri su “Never Back Down”, filmetto agli antipodi dell’intellettuale, che ricalca un po’ il tema di Karate Kid. Ovviamente l’esile Ralph Macchio è sostituito da un figuro taurino e variazioni dello stesso modella californiano e la disciplina praticata non è il vetusto karate ma una qualche combinazione di varie arti marziali vietate in ogni parte del mondo tranne a Scampia. Botta da orbi, dialoghi bizzarramente insulsi, tante belle fighe. Se è quello (e lo so che è quello) che cercate da un film mediocre questo è ciò che fa per voi. In un panorama cinematografico talmente triste che neppure i film mediocri mantengono le promesse della loro mediocrità, non è poco.
Massimo dolore a tutti.
Alla prossima settimana.
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Pubblicato da M.A. alle lunedì, dicembre 08, 2008 0 commenti
1.12.08
KISS KISS (BANG BANG)
Evviva l’amore!
Come? Che c’entra l’amore? Non siamo mica a San Valentino.
Ma, scusate, quale momento migliore per festeggiare l’amore che sto schifido novembre-dicembre freddo e triste come le tette di un’anziana?
Al cinema non fanno assolutamente niente che sia degno di essere preso in giro, in tv, poi, si accoppiano strane trasmissioni dando vita ad aborti mediatici. Orrori infarciti di comici da tormentone e fiction su papi che nessuno manco più si ricorda rendono ancor più gelide le nostre serate da lupi.
Il mio monito settimanale è: non andate al cinema. Non dategli soldi a ‘sti bastardi (no! Neanche a Ridley Scott+Leonardo Di Caprio+Il Gradiatore), anzi, bruciamoli ‘sti media megastore del cinema, gironi tartarei, McDonald della settima arte che propinano a tutti le stesse identiche cose trasmesse a ripetizione in otto sale su venti.
E allora fate una cosa. Bruciate il cinema. Spegnete la tv. Stendetevi sul divano. E state fermi. Lo sentite? Lo sentite quel formicolio dentro la scatola cranica? E’ il cervello che si riattiva. Godetevelo.
Secondo consiglio: scopate.
Avete una ragazza? Una moglie? Un’amante? Una fiancee? Fateci l’amore. Viziatela. Una cenetta, due candele, un mazzo di rose. Da quant’è che non gli regalate un mazzo di rose?! Da quand’è che non gli regalate un mazzo di qualsiasi cosa?! Guadagnate qualche punto per la primavera e l’estate quando sarete impegnati e cazzoni. Poi chiudetevi sotto le coperte. Anche da soli. Che vi frega. Meglio soli che mal’accompagnati.
E’ davvero difficile trovare oggigiorno un passatempo migliore,tanto cooperativo e così poco dispendioso del buon sano sesso. Della cavalcata selvaggia. Dell’amore a go go. Avrete il doppio vantaggio di evitare la sala e il freddo asgardiano che tormenta fuori dai sottili vetri di casa vostra.
Ecco dunque perché parlo d’amore. Però il cinema ci si infiltra sempre. Perché il cinema ha dettato i canoni dell’amore attraverso un’unica, semplice, banale forma di respirazione bocca a bocca: il bacio.
Qui, per voi, per scaldarvi dai geloni invernali i più grandi baci della storia del cinema (con commento).
- Jules e Jim: Jim, baldanzoso, torna dalla Grande Guerra e ovviamente casca fra le braccia della magnetica Jeanne Moreau, la voce fuoricampo commenta: "Il loro primo bacio durò tutta la notte". E chi vuole intendere...
- Lolita: bacio e "non dimenticarmi" a quel pirla di Humbert, prima che la bimba vada a fare la nanna.
-Il Laureato: in quanto laureando dovrei immedesimarmici facilmente, ma nell'ambiente universitario e fuori, non ricordo donne che riuscissero a mantenersi sensuali come la splendida Anne Bancroft, somigliando più spesso a curiosi effetti speciali, perciò ho sempre ritenuto questo focoso bacio con giovane, irruento, Dustin Hoffman realistico quanto la possibilità che Justin Timberlake impari a recitare.
-Il Pianeta delle Scimmie: un film che odio quanto odio il suo protagonista, ma non posso esimermi da quello che, forse, è l'unico (di sicuro il più grande) bacio uomo-scimmia della storia del cinema. Lui, virile ariano venuto dallo spazio, lei giovane dottoressa che abiura la ceretta. Con lui che le dice: "Dottoressa, volevo baciarla prima di andare" e lei "Okay, ma sei dannatamente brutto!". Ahh, umorismo scimmiesco.
- Love Story: nella neve, Ryan O'Neal e Ali MacGraw si scaldano di baci, mentre lei è malata terminale e lui, segretamente, si chiede se non sia contagiosa...
- Il Dormiglione: Woody: "Eh, che scienza? Io non credo nella scienza, no, perché sai, la scienza è un vicolo cieco, è intellettuale, sono un sacco di ometti con dei camici che sventrano ranocchi e svenano fondazioni.", Keaton: "Oh, ci sono. Tu non credi nella scienza. E non credi nelle politiche fondate sul lavoro. E non credi neanche in Dio, eh?", Woody: "Vero", Keaton: "E allora, in che cosa credi?", Woody: "Nel sesso e nel decesso, due cose veramente fondamentali nella vita, ma almeno dopo la morte non hai la nausea.". Si baciano. Fine. Perfetto.
- Io e Annie: sempre Allen, sempre Keaton. Lui a lei: "Baciamoci!" Lei (in mezzo alla strada): "Cosa?". "Baciamoci! Ci piaciamo...e stiamo andando da te, prolungare questa cosa servirebbe solo a metterci a disagio, quindi tanto vale baciarci. Togliamo di mezzo questo bacio, così poi non ci roviniamo la digestione". E lei lo bacia, ma vi rendete conto?!
- Ufficiale e Gentiluomo: qui si va su un peso massimo del genere. Richard Gere entra vestito come il colonello del bucato nella fabbrica dickensiana in cui sgobba la povera Debra Winger, se la bacia appassionatamente, poi la piglia in braccio e tra i fischi e i "Vai, Paula, vai!" delle colleghe, parte con romantico tempismo "Up Where We Belong" che mi da sempre il colpo di grazia.
- Howard il Papero: una donna può essere morbosamente attratta da un papero di plastica con dentro un nano? Negli anni '80 tutto è possibile...(miglior bacio interspecie con pennuto).
- Rain Man: una stupenda Valeria Golino bacia l'autistico Dustin Hoffman. Lei: "Com'era?", lui: "Bagnato".
- Chi ha incastrato Roger Rabbit: verso la fine con il coniglio che domanda al collerico Bob Hoskins se ha perso tutto il suo senso dell'umorismo. Lui gli risponde baciandolo in bocca. Geniale (migliore scena di bacio fra uomo e cartone, nella top five dei baci gay di tutti i tempi)
- Colazione da Tiffany: c'è la pioggia. E c'è Audrey che insegue il suo gatto e aspetta solo di essere baciata. Che diavolo vuoi ancora George Peppard, bastardo fortunato! (miglior bacio sotto la pioggia a pari merito con Hugh Grant e Andie MacDowell post-cerimonia in Quattro Matrimoni e un Funerale)
- L'Armata delle Tenebre: chi è un vero uomo? Bruce è un vero uomo! "Dammi un po' di zucchero baby!" ("Hail to the king" nell'originale) e lei non può che lasciarsi andare fra le forti braccia del commesso ammazza-streghe Bruce Campbell
- Cruel Intentions: puttanata adolescenziale che fa il verso alle Relazioni Pericolose con tanto di bacio saffico con più lingua e bava di quanta ne possiate trovare al raduno degli amanti del bulldog.
- Spiderman: uuuh è a testa in giù! Uhhh...sorprendente che non diventi rosso e svenga in preda alle convulsioni...
- Brokeback Mountain: i ragazzi della montagna rotta dietro ci danno alla grande! Se avete sempre sognato di vedere Donny Darko che bacia il Joker allora fatevi sotto!
- I Simpson, il film: Homer, scampata la tragedia, guida la moto lungo un viale tinto d'autunno, Marge aggrappata languidamente a lui si becca un bacio a duecento all'ora. Lei: "Il miglior bacio della mai vita" lui, accelerando, "Il miglior bacio della tua vita, fin'ora...". Una lezione di romanticismo dall'ultimo a cui pensavo di chiederla.
- Biancaneve e i sette nani: un bacio del principe la risveglierà. Ed ecco che arriva Ken. Niente lingua, siamo bambini.
- Da qui all'eternità: c'è una spiaggia, le onde, la ambigua spuma e la schiena di Burt Lancaster a proteggere Deborah Kerr dal dio Nettuno che se la vuole portar via. Tipico bacio celluloidale, nella vita sarebbe passato sicuramente l'uomo del cocco o un bambino rompipalle.
- Fronte del Porto: "Non ti amo, non ti amo! Stai lontano da me!" See, see, come no...è Marlon Brando, non si può.
- Via col Vento: altro peso massimo, lui sudista, lei ricca possidente di schiavi di colore, non può non sbocciare un perfetto, rassicurante, focoso, amore razzista.
- Il Falco Maltese e Casablanca: doppio migliore, più grande, assoluto apice di quella parabola che si chiama amore. Merito del (vero e unico) uomo che non deve chiedere mai, Hamphrey Bogart (o Sam Spade, se volete, ma i due si sovrappongono), un uomo che nel Grande Sonno riuscì a dire alla Bacall «Se mi vuoi, non hai che da fare un fischio. Sai fischiare, no? Unisci le labbra… e soffi», non si fa di certo problemi ad afferrare Mary Astor e piazzarsela sulla faccia, lui non lo sa, ma lei lo tiene ben al guinzaglio. Puro shock passionale.
Nell'altro caso abbiamo sempre Bogie con affianco Ingrid Bergman che, sul far dell'aereporto, riesce anche a dirle "Se questo aereo decollerà e tu non sarai con lui, te né pentirai. Forse non oggi, forse non domani, ma presto... e per il resto della tua vita.". Perchè lui non scende a compromessi con l'amore.
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Pubblicato da M.A. alle lunedì, dicembre 01, 2008 0 commenti
25.11.08
A sangue freddo
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Pubblicato da M.A. alle martedì, novembre 25, 2008 0 commenti
17.11.08
Un Quantum di Sopportazione
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Pubblicato da M.A. alle lunedì, novembre 17, 2008 0 commenti
3.11.08
Da VeDere
L'altro dì, mentre m'avventuro in quel di Padova slavata da una pioggia urticante, mi soffermo davanti al mio cinema preferito: è bruciato. Osservo con orrore le vampate di nero fumo deflagrare l'ingresso. Guardo la sigaretta che stringo fra le dita. Decido che è meglio far calmare un po' le acque e mi avvio sospinto dai passi lesti e da sirene in sottofondo.
Il problema sorge solo lunedì alle sette di sera. Cosa diavolo scrivo per l'articolo? L'ultima volta che ho provato a chiedere una deroga per il mio lavoro mi è stato detto "sì, sì, nessun problema". Tornando a casa un furgone targato "Sbloggy" ha tentato di investirmi mentre una sventagliata di Uzi mi sfiorava. Ho sentito distintamente una voce gridare "Per martedì! Bastardo!".
Eccomi quindi costretto dall'urgenza ad affidarmi al DVD.
Vagando patetico per vie e viuzze capitolo in una piazza ove ristagna l'odore puro e cristallino dello smercio commerciale di video. Un riflesso blu e giallo addobba una pozzanghera ai miei piedi. Alzo gli occhi. Cori di angeli. Blockbuster.
No, demone tentatore, non avrai la mia anima. Estraggo una copia limitata in VHS di "Berlin Alexanderplatz", ma non basta, evoco, come un sciamano Mohawk gli spiriti dei grandi registi non commerciali. Ed eccoli tutti accanto a me: Rossellini, Allen, Fassbinder, Solondz. Tutti uniti come i Cavalieri dello Zodiaco respingiamo la maligna luce di Blockbuster. L'onda d’urto mi spinge indietro. Fuggo senza voltarmi.
Badate bene, non voglio apparire più snob di quanto non sembri già, trovo che Blockbuster sia un ottimo modo per avvicinare la gente al cinema, come McDonalds è un buon modo per avvicinare la gente al gusto del cibo. Purtroppo io sono marinaio per altri, più discreti lidi.
Il mio ideale di videoteca è un posto stretto, sporco, incasinato e polveroso. Gestito da uno o più individui criminali reduci dai difficili anni ’80. Orso ne è esempio perfetto. Orso gestisce una videoteca giù dalle parti di Cittadella, oltre a questa ha una serie di altre attività più o meno lecite (lui direbbe “La mia vita si articola in più riflessi di una stessa immagine”). Ricorda un vizioso incrocio tra Rob Zombie e un carnivoro di quelli cattivi. Sotto un barba sporca e dei dread antichi come le ere paleozoiche, indossa sempre la stessa maglietta dei Pantera (in alternativa, se è a lavare, cede ai Sepultura o, in caso sia proprio in vena di pop, i Nine Inch Nails) Il suo assistente e magazziniere è un tipetto stile Gioventù Hitleriana, capello biondo tirato indietro con il gel, occhio di ghiaccio. Lo chiamano tutti Faina. Per l’aspetto e per il carattere. E’ un tipetto di poche parole, con una conoscenza del cinema discretamente vasta ma legata a soli due genere (splatter e porno), sembra tranquillo, ma se siete stati rapinati in quel di Cittadella ci sono buone probabilità che lo conosciate già.
Nel negozio vige un’anarchia tale che scoraggia i pochi clienti non abituali. La vera sfida (e l’accesso alla ristretta cerchia degli “amici dell’Orso” ) è non lasciarsi abbattere dai mucchi sfatti di cassette con o senza custodia, ma rimboccarsi le maniche e dedicare quelle tre-cinque ore a cercare il titolo desiderato. Perché, vi assicuro, lo troverete. Il numero di film e la loro varietà è impressionante e se sarete capaci di sopportare una colonna sonora di Death Metal e le ributtanti avventure che il proprietario inanellerà solo per voi (“…come quella volta che ho ucciso un cavallo…”), uscirete quasi sicuramente soddisfatti e, sicuramente, derubati.
La pesca è fortunata e mi trovo fra le mani ben tre titoli validi. Tre titoli che, come centinaia di loro colleghi, ignorati bellamente dalle sale cinematografiche (che gli hanno dedicato un paio di botte e via) sono stati incatenati agli angoli bui (o addirittura banditi) dalle videoteche. Eppure, spesso, questi gioielli dimenticati, riescono a tornare a splendere.
Tre titoli per voi:
1) City of God: Il buon Meirelles crea qualcosa di magico e (visto lo schifo che è il suo film successivo) irripetibile. Il racconto di una favela brasiliana in puro stile Tarantino (quindi flashback, parolacce, molto pulp, molta violenza, scene cult, c’è pure il ballo…). Un vero e proprio buco d’inferno in cui le vite dei giovani protagonisti si intrecciano in quello che diventa, spesso e volentieri, un cappio per ciascuno. Una violenza che accompagna gli abitanti della Città di Dio sin da bambini, strappandoli alla vita poco più che ventenni. C’è chi cerca di fuggire, chi si arrende alle conseguenze delle sue azioni, chi da un colpo alla botte e uno al cerchio e chi, come Zepecheno, sguazza nel sangue, cosciente e gioioso del suo ruolo di incarnazione del Male. Un grande capolavoro, magistralmente (so che è una parola abusata, ma qui ci sta) diretto e perfettamente interpretato da una miriade di attori alle prime armi che danno una vera e propria lezione ad Hollywood tutta. (Ne hanno fatto anche una versione telefilm, chiamata City of Men, su Sky, purtroppo in quanto proletario non ho il satellite e figurati se le reti nostre si degnano…)
2) In Bruges: Lungometraggio a firma di tale Martin McDonagh. Il misconosciuto regista si rivela molto abile nel dirigere avanzi di galera come Colin Farrell, Brendam Gleeson e (Sua Maestà) Ralph Finnes. Praticamente Alexander incontra Harry Potter. Ma il film funziona e risulta un buddy movie spietato e adrenalinico, ma anche grottesco e surreale. Due killer costretti a rifugiarsi dopo un colpo mal riuscito a Bruges, in Belgio. Controllati dal loro sadico capo, tenteranno di ammazzare (ahahah…ah…) la noia facendo un po’ i turisti, ma le cose non tarderanno a complicarsi terribilmente. Un film tosto e cattivo, dove la redenzione esiste, ma passa solo attraverso la canna fumante della pistola. La sceneggiatura (anch’essa del nostro amico McDonagh) riserva momenti davvero esilaranti e scene di sangue mica da ridere.
3) Kakurenbo: Mediometraggio anime ad opera di due designer esordienti nel campo: Shiro Kuro e Syuhei Morita. Dopo aver riscontrato un grande successo in Giappone, questo cartone (che brutto chiamarli ancora così) di venticinque minuti scarsi viene esportato anche da noi (ovviamente in sordina, sia mai che il cartone per adulti venga sdoganato). Un gruppo di bambini con indosso maschere di volpe da il via ad uno strano gioco in una metropoli deserta. Un gigantesco nascondino fra le macerie di una città proibita. Giganteschi Oni (demoni giapponesi) meccanici a fare da cacciatori. Un solo vincitore a scoprire la terrificante verità. Tutt’altro che una favoletta della buonanotte questo fantasy-horror tocca alcune fra le paure più tipiche infantili che faticano, con la maturità a scivolare via (la sensazione di essere braccati, il buio, la solitudine, l’essere inermi di fronte al proprio destino). Il finale, una bella doccia fredda, chiude come il coperchio di una bara l’intera faccenda. I due sceneggiatori sanno il fatto loro, creando un’opera onirica ma credibile. La computer grafica e i fondali disegnati sono perfettamente armonici e danno l’idea di un lavoro eseguito con cura. Lo trovate, probabilmente, anche su Youtube, se masticate un po’ di inglese non sono venti minuti buttati via.
Comprateli, noleggiateli, spiateli, non vi dico di rubarli, ma mentite ed imbrogliate per averli.
Vedo un laser rosso danzarmi sulla faccia.
Alla settimana prossima.
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Pubblicato da M.A. alle lunedì, novembre 03, 2008 0 commenti
28.10.08
DUE FILM E MEZZO (Lezione su quantità e qualità)
Orbene, sfogo personale a parte, passiamo ad illustrare il primo dei due film che mi sono cuccato questa settimana (per voi! Per voi! Orrende sanguisughe!).
Orrore! Sgomento! Frustrazione! Depressione! Pietà! Annichilimento sensoriale ed emotivo! Tutti termini perfettamente adatti a descrivere sia Babylon A.D. che la mia ultima relazione seria. Stavo con la donna barbuta del circo, ma lei ha preferito la carriera a me. Sappiate che vederla andar via barba e tutto è stato meno doloroso che assistere all’obrobrio cinematografico firmato Mathieu Kassovitz.
E chi cazzo è quest’individuo dal cognome inguinale? E’ una piaga per lo cinema tutto. Tale individuo dalla mano leggera , leggera sulla pellicola (vedi Elthon John sotto metanfetamine) fa parte di quell’esercito di registi esordienti che, sorti alla ribalta causa cortometraggio ben realizzato, si sono poi ritrovati a fare i conti con un signor dubbio morale: accettare la strada di Hollywood fatta di macchine veloci, tanti soldi e belle fighe o rimanere discretamente sfigati ma privi di un collare? Senza aumentare ulteriormente la già strabordante suspance vi dico subito che il buon Mathieu ha scelto le belle fighe.
La trama in due parole: futuro apocalittico, cristone incazzoso – guardia del corpo, efebica milady destinata alla salvezza dell’umanità ormai corrotta. Facciamo un gioco? Io conto fino a dieci e voi pensate a tutti i film che hanno praticamente la stessa trama, comincio io: Blade Runner, Il Quinto Elemento, Terminator, cristiddio possiamo pure metterci La Storia Infinita!
D’accordo, l’originalità non è il punto forte del film, e neppure gli attori a dirla tutta. Badate bene, a me Vin Diesel piace sempre, anche quando (anzi togliete anche quando) fa tamarrate assurde dalla Fast And Furious. E come può non star simpatico un tipetto tutto pepe, infausto incrocio genetico fra un muro di mattoni e un ultras della Roma. Ogni volta che lo vedo recitare la mia autostima sale a mille. Se può farlo lui, tutti attoroni! Ma qui non si può vedere, qui siamo ad un livello recitativo che oscilla costantemente tra il Governatore della California durante l’Oktoberfest e uno sgabello per la mungitura.
I plagi indegni, il montaggio psicotico e l’accozzaglia di brutti attori che si accalcano sulla scena (pure lo stagionato Depardieu) rovinano quel poco (pochissimo, pochissimissimo) di buono che il film ha da offrire.
La durata da cartone animato finisce per essere accolta con gratitudine piuttosto che con sconcerto.
Secondo concorrente della giornata, la signorina Phyllida Lloyd con il suo “Mamma Mia!”. Rivisitazione in chiave hippy moderna del noto musical di Broadway infarcito con le musiche degli Abba. Probabilmente la pellicola più omosessuale della storia del cinema diretta da una regista (chi ha visto Titus già conosce la sua manina fatata) che sputando sulla pacatezza trasforma il femminile in checchesco, trasformando l’allegria del ballo in una cosa imbarazzante da guardare senza ridere convulsamente o sentirsi, intimamente, evirati.
Al terzo (argh!) saltello (argh!) in salopette (arghaaa!) della splendida (argghhhaaaaa!) Meryl Streep (arghaaaaaaaaaaaaaa!) sopraggiunge il coma cerebrale, decido di fare quello che non fecero i comandanti di Fort Alamo e del Titanic. Fuggo.
Non è mai bello fuggire da una sala cinematografica per rintanarsi, piangendo in posizione fetale nella successiva, ancora meno piacevole se in questa stanno proiettando “The Mist”.
C’è una nebbia assassina dentro cui creature orripilanti (in camicia verde, verrebbe da dire) sbranano chiunque vi si addentri. Il vero orrore, secondo me, sta nel fatto che qualche poveraccio ha ancora il coraggio di dirigere film tratti dalle opere dello scadentissimo Stephen King.
Il film è sciatto, pallido, quasi televisivo, la sua scontatezza raggiunge lo zenit verso il finale quando, ecco! Arriva la sorpresa finale che porta a rivalutare un po’ tutto il film. 127 (centoventisette, non so se rendo…) minuti di noia per cinque di stupore meritano i soldi del biglietto? Non lo so, dipende da voi. Personalmente porterei il regista a forza di scappellotti col giornale arrotolato a rivedersi l’ultima scena, come i cani che ti cagano in soggiorno, sbraitandogli contro: “Ecco! Così doveva essere tutto il film! Così! Imbecille!”.
Sarete felici di sapere che ho aumentato da due a tre i Prozac giornalieri.
Tutto grazie a voi.
Siete un pubblico stupendo.
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Pubblicato da M.A. alle martedì, ottobre 28, 2008 5 commenti
20.10.08
MIRACOLO ITALIANO
Titolo beffardamente anacronistico in un pianeta, anzi (massì, facciamo i provinciali), un’Italia pervasa da venti di recessione per trattare del film di questo martedì. Orbene io disserterei allegramente anche riguardo gli eventi politici che hanno portato all’attuale situazione finanziaria mondiale, sfortunatamente ogni volta che ci provo mi assale la medesima sensazione di quando il mio intestino mi avverte di stare annacquando le mie feci, pertanto retrocedo verso territori più consueti.
Il film di cui vado blaterando quest’oggi è “Miracolo a Sant’Anna” di Spike “Do the right thing!” Lee.
L’errore principale che si commette quando si ha a che fare con un opera legata ad un nome talmente imponente da oscurarla è di dedicare le proprie energie per parlare del regista più che del film vero e proprio. Tutto questo patetico mettere le mani avanti è voluto perché adesso vi beccate il pistolotto su Spike.
Mr. Lee fa film scomodi, qualitativamente eccellenti, ma con un grado di controversie tali al loro interno da domandarsi come diavolo faccia a trovare qualcuno che glieli produce (infatti non lo trova, se li produce da solo con la sua 40 Acres & a Mule Filmworks). Spike è un incazzato. Un incazzato nero (che tristezza…). Nessuno come lui ha portato (e, poco ma sicuro, porterà) sullo schermo la rabbia etnica in una maniera così dirompente, deflagrante e, a tratti, poco attraente. Questa è un'altra caratteristica del nostro blackissimo regista. Spike Lee non piace. Viene unanimemente descritto da tutti come un regista impossibile, come una persona sgarbata e aggressiva, come un uomo che “o come dico io o ‘sti cazzi!”, come un tifoso che… beh se avete visto una partita dei New York Knicks, sapete completare la frase.
Tacciato di disinformazione e razzismo più di una volta: “Il regista più razzista di Hollywood è nero!” tuonava un’eminente rivista specializzata statunitense all’uscita del controverso “Get on the Bus” del 1996. Spike, da par suo, si premurò di far sapere che lui con Hollywood aveva poco a che fare, quasi più offeso da questo collegamento con la majors che dell’accusa di poco prima. E dalle majors s’è (quasi) sempre guardato, prendendo altre, non sempre semplici, strade, ma conservando quell’incazzamento radicato, quell’idea che, se non lui, qualcuno prima di lui che condivideva i suoi geni fosse stato (allora e ora) preso bellamente a calci in culo da una società a cui mai aveva chiesto di appartenere. E così fonda la sua casa di produzione con un nome che è tutto un programma (quaranta acri e un mulo era il costo di uno schiavo ai tempi in cui l’uomo era merce di scambio da una parte all’altra dell’oceano).
Una domanda sorge, dunque, spontanea, un regista indubbiamente capace, ma altrettanto indubbiamente rompicoglioni (con cast, produzione, sceneggiatori), un uomo impossibile che fa film per sé stesso e nessun altro e che, salvo rari casi (vedi Inside Man), incassa metà di quello che spende per girare, assurge a tutti gli effetti all’olimpo cinematografico accanto agli altri grandi nomi del cinema. Perché? Beh perché Spike è un regista che immette nelle sue creature un tipo di energia con cui nessuno può competere, né lo scientifico Scorsese o il poppissimo Spielberg : Spike Lee è genuino. E’ riuscito nell’impresa che tanti ha condannato prima di lui, quella di mantenersi vero e coerente a sé stesso, conservando lo spirito che lo caratterizzava sin da quando era studente di cinematografia senza farsi distrarre dalle sirene del (facile) successo o arrendersi all’assimilazione del cinema commerciale.
I film di Spike Lee non sono, dunque, opere di un autore. Sono l’autore stesso, incarnatosi in pellicola ed esposti al pubblico. Denudarsi non è da tutti e con tanta forza, energia e (cocciuta) decisione. E questo è il motivo per cui pure io sono costretto a cadere nell’errore di blablare per trenta e passa righe sul nostro film maker.
Miracolo a Sant’Anna riflette (seppur blandamente) l’immagine del regista afroamericano in un plot che apparentemente sfiora il fantasy: la storia ruota attorno alla 92a Divisione americana 'Buffalo Soldier' i protagonisti di questo film significa raccontare di una formazione militare realmente esistita, che ha realmente combattuto per la liberazione italiana durante la Seconda Guerra Mondiale, ma che forse non è sufficientemente nota. E narrare la vicenda di questi soldati è un modo per parlare piuttosto apertamente della subordinata condizione nella quale la popolazione di colore si trova a vivere nel suo stesso Paese. Le tematiche politiche sono tutt’altro che sottointese (la divisione militare, l’Italia come luogo lontano ed “esotico” non bastano ad allontanare gli spettri di una segregazione razziale allora come oggi inquietantemente presente).
L’argomento è trattato con la delicatezza di Spike Lee, ovvero senza delicatezza. Ignorando gli strepiti e le critiche che accompagnano (e devono accompagnare) un’opera del genere, l’autore punta dritto lungo la sua strada, senza cadere in facili banalità (anche se qualche cliché american style fa capolino).
Un bel film, degno di un biglietto del cinema, ma che deve essere affrontato con lo spirito giusto e l’allegrezza piena che accompagna la bastonata sui denti che Spike non vede l’ora di darvi.
Quasi dimenticavo il tema che da il titolo a questo modestissimo pezzo di critica: Pierfrancesco Favino è bravo. Lo dicono tutti e lo dico anch’io. Con la speranza che non si bruci come Accorsi.
Questi sono i prodotti che dovrebbe esportare l’Italia, attori capaci di ricoprire ruoli importanti in film importanti con un’umiltà degna davvero di nota. Altro che melense ovvietà alla Pursuit of Will Smith o oscenità tronfie con Raul Bova a far da spalla.
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Pubblicato da M.A. alle lunedì, ottobre 20, 2008 0 commenti









